ARMONIA O MELODIA?

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Vi siete mai posti il problema se all’interno di un brano sia più importante l’armonia o la melodia? O, per dirla in altri termini, l’armonia serve a supporto della melodia o si può anche fare a meno della melodia?
Certo, come sempre, dipende.
Questa domanda potrà non avere grande senso di per sé, ma serve piuttosto da premessa per un secondo quesito: melodia e armonia sono veramente due cose separate?
Certo, come sempre, dipende.

Se vogliamo dare una risposta scolastica allora è chiaro che si tratta di due entità differenti; a seconda che le note compaiano una per volta o siano sovrapposte parleremo di melodia o armonia. D’altra parte penso che l’idea per cui la teoria e la pratica siano due cose indipendenti da riunire solo in un secondo tempo abbia fatto il suo tempo. E a dire il vero questo già da tempo se penso che Heinrich Schenker nel suo trattato di armonia datato 1906 lamentava come gli esempi riportati in praticamente tutti i manuali del tempo non avessero nulla a che spartire con il fatto artistico o con quello che succedeva effettivamente in un pezzo di musica.

Il punto a cui voglio arrivare è che ogni melodia determina già da sé un’armonia (o piuttosto molte possibili armonie, determinate soprattutto dalle convenzioni del genere musicale in cui è scritto) e allo stesso tempo una successione armonica è il risultato della sovrapposizione di tante melodie quante sono le voci che compongono ogni accordo.

Un’analisi che si limita a conoscere i gradi della scala su cui un brano si sviluppa pensando che questo sia sufficiente per capire come funzioni mi ha sempre lasciato con molte più domande di quante fossero le risposte.

L’elenco dei gradi costituisce un metodo utile che rappresenta però una semplificazione pratica a cui sono necessarie alcune aggiunte, spesso date per scontate.

Un esercizio sicuramente utile in questo senso è quello di prendere una melodia e armonizzarla, suonando melodia e armonia insieme. Una pratica non comune a tutti i generi della chitarra, strumento che sicuramente richiede un impegno particolare per farlo.

Ho deciso qui di approcciare questo compito riducendo al minimo gli elementi messi in gioco. Per fare questo ho disegnato un pallino sul classico reticolo rappresentante il manico della chitarra e ho poi scritto dei numeri in corrispondenza dei tasti che si trovano una terza, una quinta e una settima sotto di questo. In questo modo il pallino rappresenta la nota di riferimento, cioè quella della melodia da armonizzare, a cui aggiungere la fondamentale del rispettivo accordo di cui può essere terza, quinta o settima.

L’idea è quella di usare la melodia al canto, con la funzione un tempo assolta dal cosiddetto cantus firmus.

Mi sono limitato a considerare un’armonizzazione che non prevedesse l’uso delle estensioni superiori (9, 11, 13) e segnando solo gli intervalli maggiori (3 e 7) e giusti (5), sapendo che spostando di un tasto IN AVANTI la nota rappresentata dal numero, la nota-pallino sarà armonizzata come b3, b5 o b7.

Nello schema ho tralasciato di posizionare la nota della melodia sulla quinta e sesta corda perché, se per quest’ultima diventa impossibile aggiungere altre note verso il basso, per la quinta le possibilità sono piuttosto limitate e ad ogni modo l’effetto di “melodia” poco efficace, dato il registro basso e la vicinanza con la nota al basso.

 

Le diteggiature di questi intervalli sono ovviamente le stesse che si ritrovano nelle diteggiature degli accordi che tutti conosciamo e che solitamente vengono presentati e fatti imparare come oggetti autonomi.

Quello che ho fatto in questo caso è invece partire dagli elementi più semplici, cioè i singoli intervalli, per poi “rimontare” in un secondo tempo gli accordi, intesi ora come estensione “verticale” della melodia.